Assegno di divorzio

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Assegno – Esclusione della cessazione automatica dell’assegno con la maggiore età o con la autosufficienza economica dei figli (Cassazione n. 13414/2010).

Il diritto a percepire gli assegni di mantenimento riconosciuti per i figli, in sede di divorzio all’ex coniuge, o di separazione al coniuge, da sentenze passate in giudicato può essere modificato, ovvero estinguersi del tutto, solo attraverso la procedura prevista dall’articolo 710 del Cpc (oltre che per accordo tra le parti), con la conseguenza che la raggiunta maggiore età e la raggiunta autosufficienza economica del figlio non sono, di per sé, condizioni sufficienti a legittimare la cessazione dell’obbligo di corresponsione dell’assegno al coniuge in caso di separazione o all’ex coniuge in caso di divorzio.(Cassazione Sezione l, sentenza 1 giugno 2010 n. 13414 (Guida al diritto – Famiglia e minori)

Assegno – Decorrenza – Dalla proposizione della domanda – Sussiste. (Legge 898/1970, articolo 6; legge 74/1987, articoli 11)

Qualora uno dei coniugi abbia richiesto un assegno di mantenimento per i figli o l’adeguamento di esso, la domanda, che si ricollega a un obbligo preesistente dei genitori, se ritenuta fondata, deve essere accolta, in mancanza di espresse limitazioni, dalla data non della sentenza ma dalla sua proposizione overo dalla data dei fatti che impongono il riequilibrio dell’apporto, atteso che i diritti e i doveri dei genitori verso la prole, salve le implicazioni dei provvedimenti relativi all’affidamento, non subiscono alcuna variazione a seguito della pronuncia dl separazione o di divorzio rimanendo identico l’obbligo di ciascuno dei coniugi di contribuire, in proporzione delle” sue capacità, all’assistenza e al mantenimento dei figli e posto anche che si verte in tema di conservazione del contenuto reale del credito fatto valere con la domanda originaria. (Cassazione sentenza 4 giugno 2010 n. 13623 -(Guida al diritto – Famiglia e minori)

In tema di assegno di divorzio, la scelta del coniuge obbligato di limitare il proprio impegno lavorativo, optando per il lavoro a tempo parziale, in luogo di quello a tempo pieno, non è priva di effetti sull’assegno di divorzio, rappresentando un elemento oggettivamente idoneo ad alterare l’equilibrio determinato al momento della pronuncia di divorzio, e può avere come effetto la riduzione o anche il venir meno dell’assegno di divorzio allorché, in conseguenza di tale opzione, il divario tra le condizioni economiche delle parti, a fronte del quale l’assegno era stato riconosciuto, si sia ridotto o annullato(Cass. civ., Sez. I, 11/03/2006, n.5378 (Fam. Pers. Succ. on line, 2006)

L’accertamento del diritto all’assegno divorzile (di carattere esclusivamente assistenziale) va effettuato verificando l’inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente (comprensivi di redditi, cespiti matrimoniali ed altre utilità di cui possa disporre) a conservare un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, in base al criterio secondo cui, mentre non è necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto (il quale può essere anche economicamente autosufficiente), rileva invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche. Tale apprezzamento di fatto è riservato al giudice del merito e risulta incensurabile in sede di legittimità se congruamente motivato. (Cass. civ., Sez. lavoro, 23/02/2006, n.4021 – Mass. Giur. It., 2006)


In tema di divorzio, al fine di acquisire il diritto all’assegno divorzile il richiedente, a differenza del coniuge separato, è gravato da un duplice onere probatorio: egli deve, infatti, fornire la prova non solo di non godere di redditi “adeguati” alle proprie necessità, ma anche di non essere in grado di procurarsi i detti mezzi per ragioni oggettive non imputabili alla sua volontà o alla sua inerzia. (Corte di Appello  Roma, 08/02/2006)

L’assegno di divorzio ha carattere esclusivamente assistenziale e trova il suo presupposto nella inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, da intendersi tale condizione come insufficienza dei medesimi (comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali ed ogni altra utilità di cui possa disporre) a consentirgli un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio, senza che sia necessario uno stato di bisogno dell’avente diritto (che può anche essere economicamente autosufficiente) e “rilevando invece l’apprezzabile deterioramento, in dipendenza del divorzio, delle precedenti condizioni economiche, le quali devono essere tendenzialmente ripristinate, al fine di ristabilire un certo equilibrio”; soltanto in presenza di tale presupposto e ai fini della quantificazione dell’assegno vengono in rilievo i criteri dettati dall’art. 5 della legge n. 898/1970, come modificato dall’art. 10 della legge n. 74 del 1987 (condizioni dei coniugi, ragioni della decisione, quali l’addebito della separazione, ecc.). Corte di Appello di Roma, 01/02/2006

Il diritto all’assegno di divorzio non viene meno se chi lo chiede abbia instaurato una convivenza “more uxorio” con altra persona, rappresentando detta convivenza soltanto un elemento valutabile al fine di accertare se la parte che richiede l’assegno disponga o meno di “mezzi adeguati” rispetto al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio; la convivenza “more uxorio”, infatti, avendo natura intrinsecamente precaria, non fa sorgere obblighi di mantenimento e non presenta quella stabilità giuridica, propria del matrimonio, che giustifica la definitiva cessazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile. (Cass. civ., Sez. I, 26/01/2006, n.1546 – Mass. Giur. It., 2006).

Poichè l’assegno di divorzio è determinato sulla base di criteri autonomi e distinti rispetto a quelli rilevanti per il trattamento economico al coniuge separato, non rappresenta una circostanza decisiva, ai fini della dimostrazione della attuale autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno di divorzio, la mancata richiesta, in sede di separazione, da parte di questo, di un assegno di mantenimento (Cass. civ., Sez. I, 20/01/2006, n.1203 (Mass. Giur. It., 2006).

In assenza di un nuovo matrimonio, il diritto all’assegno di divorzio, in linea di principio, di per sè permane anche se il richiedente abbia instaurato una convivenza “more uxorio” con altra persona, salvo che sia data la prova, da parte dell’ex coniuge, che tale convivenza ha determinato un mutamento “in melius” – pur se non assistito da garanzie giuridiche di stabilità, ma di fatto adeguatamente consolidatosi e protraentesi nel tempo – delle condizioni economiche dell’avente diritto, a seguito di un contributo al suo mantenimento ad opera del convivente o, quanto meno, di risparmi di spesa derivatigli dalla convivenza, onde la relativa prova non può essere limitata a quella della mera instaurazione e della permanenza di una convivenza siffatta, risultando detta convivenza di per sè neutra ai fini del miglioramento delle condizioni economiche dell’istante e dovendo l’incidenza economica della medesima essere valutata in relazione al complesso delle circostanze che la caratterizzano, laddove una simile dimostrazione del mutamento “in melius” delle condizioni economiche dell’avente diritto può essere data con ogni mezzo di prova, anche presuntiva, soprattutto attraverso il riferimento ai redditi e al tenore di vita della persona con la quale il richiedente l’assegno convive, i quali possono far presumere, secondo il prudente apprezzamento del giudice, che dalla convivenza “more uxorio” il richiedente stesso tragga benefici economici idonei a giustificare il diniego o la minor quantificazione dell’assegno, senza che, tuttavia, ai fini indicati, possa soccorrere l’esperimento di indagini a cura della polizia tributaria (Cass. civ., Sez. I, 20/01/2006, n.1179 – Mass. Giur. It., 2006)

L’art. 12 “bis” della legge n. 898 del 1970, nella parte in cui attribuisce al coniuge titolare dell’assegno divorzile che non sia passato a nuove nozze il diritto ad una quota della indennità di fine rapporto dell’altro coniuge anche quando tale indennità sia maturata prima della sentenza di divorzio, va interpretato – senza che siffatta interpretazione dia luogo a dubbi di illegittimità costituzionale per contrasto con gli artt. 3, 29 e 38 Cost. (v. Corte cost., ord. n. 463 del 2002) – nel senso che il diritto alla quota sorge soltanto se il trattamento spettante all’altro coniuge sia maturato successivamente alla proposizione della domanda introduttiva del giudizio di divorzio, e quindi anche prima della sentenza di divorzio, e non anche se esso sia maturato e sia stato percepito in data anteriore, come in pendenza del giudizio di separazione, potendo in tal caso la riscossione della indennità incidere solo sulla situazione economica del coniuge tenuto a corrispondere l’assegno ovvero legittimare una modifica delle condizioni di separazione (Cass. civ., Sez. I, 29/09/2005, n.19046- Mass. Giur. It., 2005 – Corriere Giur., 2005,12,1659)

La determinazione dell’assegno di divorzio, alla stregua dell’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti e in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, costituendo effetto diretto della pronuncia di divorzio, con la conseguenza che l’assetto economico stabilito all’atto della pregressa separazione personale costituisce solo un elemento utile di valutazione nel contesto degli ulteriori dati presuntivi emersi, suscettibili di essere apprezzati in favore della parte richiedente l’assegno, per il principio di acquisizione presente nel vigente ordinamento processuale – in base al quale le risultanze istruttorie comunque ottenute concorrono alla formazione del convincimento del giudice – , anche in assenza della prova da parte del richiedente stesso della sussistenza delle condizioni richieste dalla legge per l’attribuzione dell’assegno in questione.(La S.C., alla luce del principio di cui in massima, ha confermato la sentenza di merito che, sulla base della valutazione del complesso degli elementi indiziari emersi, quali, oltre al tenore dell’accordo di separazione, l’età della donna e la mancanza di specifica professionalità, ed in assenza di contrarie dimostrazioni da parte dell’onerato, aveva determinato l’assegno divorzile in favore della ex coniuge nella misura già convenuta dalle parti in sede di separazione consensuale (Cass. civ., Sez. I, 27/07/2005, n.15728 – Mass. Giur. It., 2005)

La sentenza di divorzio, in relazione alle statuizioni di carattere patrimoniale in essa contenute, passa in cosa giudicata “rebus sic stantibus”; tuttavia, la sopravvenienza di fatti nuovi, successivi alla sentenza di divorzio, non è di per sé idonea ad incidere direttamente ed immediatamente sulle statuizioni di ordine economico da essa recate e a determinarne automaticamente la modifica, essendo al contrario necessario che i “giustificati motivi” sopravvenuti siano esaminati, ai sensi dell’art. 9 della legge 1 dicembre 1970, n. 898 e successive modificazioni, dal giudice da tale norma previsto, e che questi, valutati detti fatti, rimodelli, in relazione alla nuova situazione, ricorrendone le condizioni di legge, le precedenti statuizioni. Da tanto consegue che l'”ex” coniuge tenuto, in forza della sentenza di divorzio, alla somministrazione periodica dell’assegno divorzile, il quale abbia ricevuto la notifica di atto di precetto con l’intimazione di adempiere l’obbligo risultante dalla predetta sentenza, non può – in assenza di revisione, ai sensi del citato art. 9 della legge n. 898 del 1970, delle disposizioni concernenti la misura dell’assegno di divorzio da corrispondere all'”ex” coniuge – dedurre la sopravvenienza del fatto nuovo, in ipotesi suscettibile di determinare la modifica dell’originaria statuizione contenuta nella sentenza di divorzio, nel giudizio di opposizione a precetto, essendo del pari da escludere che il giudice di questa opposizione debba rimettere la causa al giudice competente “ex” art. 9 della legge n. 898 del 1970. (Nella specie l’obbligato, proponendo opposizione a precetto, aveva contestato il diritto dell'”ex” coniuge a procedere ad esecuzione forzata sostenendo che il diritto alla corresponsione periodica dell’assegno, al cui pagamento egli era stato condannato con la sentenza di divorzio, era venuto meno a seguito del passaggio in giudicato della sentenza della Corte d’Appello che aveva dichiarato efficace in Italia la pronuncia ecclesiastica di nullità del matrimonio concordatario celebrato tra i coniugi) (Cass. civ., Sez. I, 07/06/2005, n.11793)

Vedi Cass. civ. Sez. lavoro, 09/07/2004, 12765

 

Con riguardo alla quantificazione dell’assegno di divorzio, deve escludersi la necessità di una puntuale considerazione, da parte del giudice che dia adeguata giustificazione della propria decisione, di tutti, contemporaneamente, i parametri di riferimento indicati dall’art. 5 della legge 1 dicembre 1970, n. 898, come modificato dall’art. 10 della legge 6 marzo 1987, n. 74, per la determinazione dell’importo spettante all’ex coniuge, anche in relazione alle deduzioni e alle richieste delle parti, salva restando la valutazione della loro influenza sulla misura dell’assegno. (Nella specie, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva determinato la misura dell’assegno prendendo in ponderata e bilaterale considerazione i criteri di legge, valorizzando quelli della durata del matrimonio, del contributo personale ed economico dato anche dalla moglie alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio comune, nonché della deteriore condizione reddituale e patrimoniale della moglie rispetto a quella del marito; enunciando il principio di cui in massima, la Corte di Cassazione ha ritenuto irrilevante l’omessa considerazione, in un contesto siffatto, del criterio delle “ragioni della decisione”, tanto più che la pronuncia di separazione con addebito ad entrambi i coniugi, in assenza di specifiche deduzioni delle parti relative al comportamento dei coniugi successivo alla separazione, rende il criterio medesimo sostanzialmente privo di valore orientativo ai fini della quantificazione dell’assegno di divorzio). (Cass. civ., Sez. I, 16/05/2005, n.10210 – Mass. Giur. It., 2005)

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